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 Sacerdote e poeta dialettale. Scarsissime sono le notizie sulla vita e sulle opere di "questo figlio prediletto d'Apollo e delle Muse". Duonnu Pantu è considerato il padre di quella poesia dialettale calabrese, ma anche uno dei casi più estremi di letteratura erotica italiana. Fu il prestigioso iniziatore di quel filone "erotico", "l'archetipo dell'estrema licenziosità dialettale calabrese". La fama di Donnu Pantu ha attraversato i secoli; pur trattandosi di versi scritti, la sua divulgazione ha seguito canali sommersi e non ufficiali. Il suo essere sacerdote, se da un lato rendevano più intrigante la lettura delle sue composizioni, dall'altro ha influito nel tener “confinato” il caso all'interno di una sorta di tam-tam popolare; nelle cantine di Cosenza e provincia si potevano sentire gli anziani recitare i sui versi per poi commentarli divertiti e compiaciuti. Scrisse la “Cazzeide”, un poemetto che si articola in ventuno ottave. Il tema è un raffronto fra l’epoca dello scrittore (XVII), in cui uomini e donne sono dominati dalla lussuria, con la favolosa età dell’oro, ai tempi di Saturno, quando regnava l'innocenza e l’amore era solo unione spirituale con la persona amata.

("Quannu juria la bella età dell'uoru, / chi a Saturnu li figli secutaru,/ tannu lu cunnu valia nu trisuoru […] regnava allura la semplicitate / l'amure de Platune, e l'unestate")

Ma l'elemento pornografico è solo un pretesto per impostare un discorso critico che investe tutta la società contemporanea di Duonnu Pantu e il suo travagliato momento storico di passaggio.

("E mò curre nu sieculu puttanu, / ppe nun dire nu sieculu curnutu, / n'età chi nun se trova cunnu sanu, / nné culu chi nun sia statu futtutu").

Scrisse poi la “Cunneide”, che è un componimento di quarantotto strofe di quattro versi, di cui tre endecasillabi e un quinario che fa rima col primo verso. In quest'opera osserva come la maggior parte delle persone rincorre le ricchezze facendone lo scopo principale della sua esistenza, mentre egli si accontenta di vivere alla giornata e in modo semplice: una scorpacciata di castagne bollite, un po' di verdura, una sorsata di vino da un fiasco lo rendono felice e si dichiara contento di vivere nella sua piccola Aprigliano, nella presila cosentina, a fare l’amore con chiunque gli capita a tiro, belle o brutte non importa. Non è forse vero che è proprio l'organo sessuale femminile a muovere ed a condizionare ogni cosa? Solo gli ipocriti possono dire che vi sono delle persone che rinunciano ai piaceri sessuali. Perché invece la verità è che l'organo sessuale femminile è una vera delizia,una grande dolcezza ed una medicina salutare. Ma anche in questo caso intende denunciare l'ipocrisia del suo tempo, e soprattutto la doppia faccia delle classi dominanti, che da un lato ostentano rispetto delle regole, ma poi nel privato si lasciano andare ad eccessi indicibili. Donnu Pantu ci indica il nostro corpo nella sua bellezza, e ci dice che di questa bellezza è giusto gioire, ma apertamente e senza inganni. Infine termina esortando i giovani a trascorrere il tempo tra i piaceri della vita:

"Dunca futtiti vue mò quatrarazzi, / scialativila ccu sti cunnarizzi: / sciacquativille vue sti cugliunazzi, / e a Venere mannati li pastizzi: / nnarvulàtile, e sparmàtile sti cèuzi, / chiantati corna ppe tutti sti pizzi: / jati gridandu ppe tuttu lu munnu / viva lu cazzu, lu culu, e lu cunnu".

"Duonnu Pantu", nella memoria storica, si propone - dunque - come enigmatico e - al tempo stesso - seducente. La difficoltà dell'identificazione del personaggio ha uno strascico più grave anche nell'attribuzione delle opere: la sua produzione letteraria si è dovuta ricostruire, tra vari dubbi. Del resto, l'insufficienza di notizie storiche certe ha fatto sì che il fenomeno "Pantu" diventasse una sorta di MITO tramandato da padre in figlio, attraverso una orale trasmissione dei suoi versi di generazione in generazione, a cui si sono associati aneddoti popolari.

 

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