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IL LUPO E LA VOLPE

 (FIABA TRADIZIONALE CALABRESE)

 

 C’era una volta un lupo che si aggirava affamato nel bosco. L’animale si torceva così tanto dalla fame che i suoi lamenti finirono per attirare l’attenzione di una volpe che aveva dimora in quella parte del bosco. “COMPARE LUPO, CHE AVETE DA LAMENTARVI COSI’ TANTO?” Il lupo ormai allo stremo rispose: «COMMARE VOLPE, IN GIRO NON SI TROVA TANTO DA MANGIARE! GLI UOMINI PER ME HANNO SUBITO I FUCILI PRONTI, E’ DIFFICILE AVVICINARMI AI LORO POLLAI ED IO STO MORENDO DI FAME!» La volpe, che conosceva bene quella zona, disse che avrebbe risolto lei il problema ma solo se l’avesse seguita. “VENITE CON ME, COMPARE LUPO NON TEMETE, IO CONOSCO UN POSTO DOVE POTREMO RIFOCILLARCI PER BENE.” Arrivarono così nei pressi di un pertugio. Da lì si poteva accedere ad un “catoio” pieno di ogni ben di Dio: provole, ricotte, zazicchie, zupersate e conserve di ogni genere. “COMPARE LUPO VEDETE QUELLO CHE VEDO IO? ALLORA SU, FORZA ENTRATE!” Il lupo dapprima un po’ timoroso, poi rassicuratosi che la cosa non fosse rischiosa, ma soprattutto sopraffatto dalla fame, seguì i consigli di commare volpe. «ENTRATE SENZA PREOCCUPAZIONI, IO STARO' FUORI, MA OGNI TANTO LANCIATE DA QUESTA PARTE DEL BUCO QUALCOSA DA MANGIARE ANCHE PER ME.» Così fece, e compare lupo si abbuffava da dentro mentre commare volpe si mangiava tutto quello che le veniva passato dal pertugio. Ad un certo punto però si aprì la porticina della cantina dalla quale apparve il padrone con un bastone in mano. A questa vista la volpe se la diede a gambe levate, mentre il lupo, dal momento che aveva mangiato troppo, nel tentativo di uscire rimase incastrato nel buco. E così prese un sacco di legnate nel posteriore fino a ché riuscì a svignarsela. Percorse molte miglia, ad un certo punto nella macchia udì una voce che chiamava: “COMPARE LUPO, COMPARE LUPO, DOVE FUGGITE?” Era commare volpe che l’aveva preceduto, e il lupo dolorante le rispose: «FUGGO DALLE BOTTE MIA CARA COMMARE!» La volpe, sentite quelle parole gli disse: “AIUTATEMI CHE NON RIESCO A CAMMINARE, PORTATEMI IN GROPPA CHE HO SUBITO UNA DISGRAZIA PIU' GRAVE DI VOI!! TANTO DAL MANGIARE CHE HO AVUTO UNA INDIGESTIONE! NON RIESCO NEANCHE A REGGERMI IN PIEDI E SE MI RAGGIUNGE IL PADRONE CON IL BASTONE MI AMMAZZA.» Il lupo acconsentì e si allontanarono in tutta fretta. Durante il cammino la volpe andava lamentandosi così: «NNARU NNARU LU RUTTU PORTAVA LU SANU!» A questo lamento il lupo le chiese che cosa avesse. La volpe gli rispose che non stava bene e allora le veniva di lamentarsi; ma la verità era che è nella natura delle volpi essere furbe e prendersi gioco degli altri esseri. «NNARU NNARU LU RUTTU PORTAVA LU SANU, NNARU NNARU LU RUTTU PORTAVA LU SANU!»

 

 

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CRAJ

(FIABA TRADIZIONALE CALABRESE)

 

Una mattina molto presto in una poverissima famiglia calabrese, un contadino alzandosi al cantar del gallo chiamò il proprio figliolo e porgendogli un pezzo di pane duro gli disse: “Caro figliolo oggi ti tocca partire, non ti possiamo più campare, prendi questo pezzo di pane e fai in modo che tu possa dividerlo con qualcuno che se lo merita, bada che sia di poche parole e fanne profitto”. Il giovane raccolse le sue poche cose, salutò affettuosamente e prese commiato. Dopo un lungo cammino si imbattè in una chiesetta diroccata posta su un promontorio e pensò, così, che potesse essere un buon rifugio per la nottata. Entrando si trovò davanti un enorme crocifisso che si mise subito ad interrogare ma vedendo che non riceveva risposta in nessun modo, pensò che era la persona giusta con cui condividere il pane proprio come gli aveva raccomandato suo padre. E così fece, ma si assicurò di essere ricompensato, perché era povero e doveva guadagnarsi la giornata. Proprio in quel momento passava di lì una cornacchia che fece vibrare nell’aria il suo verso: “cra cra”. Ma l’ingenuo capì craj che in lingua calabrese vuol dire domani. Allora rispose che andava bene che l’avesse ripagato anche domani. Ma quando arrivò il giorno successivo, non trovò più il pane e adirato gli disse: “embè, la mia ricompensa?”. Vedendo che non gli dava risposta incalzando proseguì nel dire: “non fare il finto tonto! Vedi di darmi quello che mi spetta e non m’ importa niente se te lo sei fatto rubare”. “Cra, cra”, di nuovo si trovò a passare la cornacchia. Allora rassegnato decise di ritornare il giorno successivo. Tornando l’indomani passò lungo tempo a convincere il crocifisso di farsi dare quello che gli spettava, ma visto che non gli dava nessuna risposta, si arrabbiò così tanto che raccolse una pietra da terra e glie la scaglio’ contro, il crocifisso si spacco’ e uscirono tante monete d’oro. Lu garzune si cujeve li piccioli mentre nua simu rimasti scutulati e senza nenti. 

 

  CRAJ

      

 

 

IL CONTADINO E LE FATE

                                                        (FIABA TRADIZIONALE CALABRESE) 

 

 

UNA MATTINA MOLTO PRESTO, UN CONTADINO TORNANDO DAL SUO MULINO

CON L’ASINO CARICO DI SACCHI DI FARINA VIDE, MENTRE SI TROVAVA A PASSARE NEI PRESSI DI UN’AIA, UN GRUPPO DI FATE CHE BALLAVANO ALLEGRAMENTE E IN MODO MOLTO ELEGANTE.

EGLI SI SOFFERMO’, LE AMMIRO’ E A MO’ DI SALUTO DISSE LORO: VIVA CHI BALLA!   

E CHI NON BALLA PURE! GLI RISPOSERO LE FATE, SIA QUELLE CHE DANZAVANO, SIA QUELLE CHE BATTEVANO LE DITA SUI TAMBURELLI PER FARE IL RITMO E SIA QUELLE CHE SUONAVANO IL FLAUTO.

LE FATE PIU’ BALLAVANO E PIU ALLEGRE DIVENTAVANO.

L’UOMO LE GUARDO’ E SORRISE FELICE DI QUELLA MAGNIFICA SCENA.

LE FATE SICCOME LO TROVARONO BEN EDUCATO, PENSARONO DI PREMIARLO.

FU COSì INFATTI CHE GLI AUGURARONO  CHE LA FARINA DEI SUOI SACCHI NON  AVESSE MAI FINE A PATTO CHE RIUSCISSE A MANTENERE IL SEGRETO-“NOI TI DICIAMO CHE, DELLA FARINA CHE SI TROVA NEI TUOI SACCHI PIU’ NE TOGLIERAI E PIU’ CE NE SARA’ ”.

IL CONTADINO RINGRAZIO’ CON GARBO E RIPRESE FELICE LA  STRADA DEL RITORNO, TENENDO CON SE IL SEGRETO DI QUEL FANTASTICO INCONTRO.

ECCO PERCHE’DI QUESTE STORIE  NON SE NE SENTONO MOLTE IN GIRO. 

 

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MASTRO JUGALE

(fiaba della tradizione calabrese)

 

Già al tempo in cui Gesù girava per il mondo, viveva Mastro Jugale.

Egli si riteneva molto sapiente: istruiva ignoranti, guariva malati e conciliava le liti dei paesani. Un giorno gli arrivò all’orecchio, che c’era un tale di nome Gesù, che compiva miracoli da non credersi!

Desideroso allora di imparare tutti i trucchi del mestiere, decise di seguire Gesù e i suoi discepoli. Dopo molto camminare e peregrinare, ormai convinto di sapere tutto sui miracoli, volle ritornare al suo paese. Gesù decise, comunque, di premiare la sua buona volontà ad imparare, e volle concedergli qualsiasi grazia egli volesse!

“La grazia dell’anima, la grazia dell’anima, testone!” suggeriva S. Pietro dietro Gesù, ma Mastro Jugale che era interessato a ben altro,  chiese un mazzo di carte da gioco che lo facesse vincere sempre; che, chiunque salisse sul suo cedro, non vi potesse più scendere, e ancora che ovunque egli buttasse il suo berretto diventasse una sua proprietà. Tra lo stupore dei discepoli e di S. Pietro, Gesù concesse le sue richieste e lo salutò.

  Il tempo passava e Mastro Jugale si divertiva sempre più a giocare e a vincere con le sue carte. Ma, un bel giorno arrivò il Satanasso che disse: “Sbrigati, su, fila, cammina vecchiaccio che è suonata la tua ora!”

 

Furbo, furbo e con molta calma, Mastro Jugale rispose che prima di andare avrebbe voluto giocare la sua ultima partita a carte, e se avesse vinto il Diavolo avrebbe fatto della sua anima quello che voleva, ma se avesse vinto jugale  lo avrebbe messo in un sacco e avrebbe fatto di lui quello che gli pareva.

  Ovviamente vinse Jugale e il signor Diavolo una volta infilatosi nel sacco… boom, bam, boom, boom… botte fino a correre via a gambe levate per non farsi più rivedere.

  Jugale visse indisturbato per molti anni, fino a quando arrivò la Signora Morte, che esordì: “Andiamo, sbrigati che ho fretta!”

  Ancora una volta, prima di andare, Jugale invitò la Signora a salire sul suo cedro e gustare i suoi profumatissimi frutti. Ella accettò l’invito ma…lì vi rimase per non si sa quanti anni; e così in giro gli uomini si moltiplicavano a dismisura, il lavoro scarseggiava, e la fame regnava incontrastata assieme alle malattie e alle lotte.

Fu allora che Jugale, impietositosi, decise di liberare la signora Morte, che, appena toccata terra, corse via velocissima.

  Mastro Jugale visse per molto tempo ancora, fino a quando annoiato di vivere, si presentò alle porte dell’Inferno, sapendo benissimo che quello era il suo posto. Ma il sig. Diavolo, memore delle botte ricevute, non volle aprirgli la porta.

 Mastro Jugale si recò allora alle porte del Paradiso, dove trovò il vecchio S. Pietro: “NO, No tu non entri qui! Ti ricordi? Non hai chiesto la grazia dell’anima!!”. Sconfortato, Mastro Jugale decise di usare il suo berretto e, in un momento di distrazione del Santo, lo gettò al di là della porta del Paradiso e si conquistò li un posticino. 

“Aiuto, aiuto! Un dannato in Paradiso!” gridarono le anime.

Arrivò così Gesù: “Starai qui solo ad una condizione ossia non dovrai mai impicciarti di quello che sentirai o vedrai”.

Jugale sentì e vide tante cose strane: pesci che volavano nell’aria, mari di acqua dolce, ma riuscì sempre a non intervenire, fino a quando vide un’anima che cercava di inserire una trave di traverso in un buco.

 A quel punto gridò a S. Pietro: “Meglio vivere in un mondo dove si può parlare, che qui” e se  ne andò. Da allora  ancora erra per il mondo, non cercato dalla Morte, sfuggito al Diavolo e dimenticato da Dio!

 

 

 

 

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LA PENNA DELL'UCCELLO GRIFONE

 

C’erano una volta 3 fratelli, figli di un re, che camminavano per pianure e per monti,

per fiumi e per laghi, per cercare la piuma dell’uccello grifone e portarla al loro padre affinchè potesse guarire dalla sua cecità. Il più piccolo dei fratelli s’imbattè in un vecchio. Costui conosceva tantissime cose del mondo, e indicò al giovane dove avrebbe potuto trovare quello che stava cercando.

 

Trovata la piuma dell’uccello grifone, il giovane la nascose nella scarpa per paura che gli altri fratelli gliela rubassero, ma non fu molto fortunato…

I fratelli scoprirono il suo segreto, gli presero con forza la piuma e lo uccisero.

Tornati al regno, fecero tornare la vista al re, che subito dopo chiese del suo figliolo minore. I due fratelli raccontarono che forse si era imbattuto in qualche drago oppure in qualche  altra disgrazia.

 

Trascorsero così gli anni finché un giorno il cane di un pastorello si mise a scavare e tirò fuori  un osso della gamba del principe assassinato.

Il pastorello lo vide e lo prese per farne uno zufolo, ma quando provò a soffiarvi dentro, invece di suoni uscirono parole:

 

“Pastorello, pastorello che in bocca mi tieni,

tienimi stretto e non mi lasciare

che per una piuma d’uccello grifone

i miei fratelli si fecero traditori”.

 

La notizia dello zufolo parlante giunse fino alle orecchie del re, il quale volle subito incontrare il pastorello per sentirlo suonare.

Udendo le parole che uscivano dallo strumento il re capì quello che era successo. Addolorato fece rinchiudere in un carcere buio e scuro i due fratelli e tenne con sé il pastorello, che divenne re.

  al catoio

 

 

 

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